Un’immersione al Relitto del Paguro: il paradiso dei sub nel cuore del Mare Adriatico

Aggiornato il: apr 2




La riviera romagnola, quel lembo di sabbia densamente popolato che si affaccia sul Mare Adriatico, è ampiamente nota, più che per la bellezza delle sue acque e il candore delle spiagge, quale meta perfetta per il divertimento di grandi e bambini: parchi a tema, ristoranti, stabilimenti balneari dotati di ogni comfort e la famosa movida notturna. Al contrario pochi sanno che esiste un’altra faccia dell’Adriatico, che lontano dalla calca dei mesi estivi vive anche di tradizioni e biodiversità.

Ed è proprio in questa realtà dalle forti contraddizioni che un’ex piattaforma metanifera, uno dei simboli dello sfruttamento a cui ogni giorno sottoponiamo il nostro pianeta, si è trasformata in “una zona di tutela biologica”.


La piattaforma Agip Paguro e la tragedia del 1965

La piattaforma mobile Paguro venne fatta costruire dall’Agip nel 1963 a Porto Corsini in provincia di Ravenna, andando ad aggiungersi al novero dell’ancora oggi numerose isole di ferro che continuano a caratterizzare l’orizzonte romagnolo nelle giornate più limpide. Nel 1965 fu quindi spostata a 11 miglia dalla costa, su un fondale di 25 m, in corrispondenza della foce dei Fiumi Uniti. Obiettivo: l’estrazione del gas metano. La tragedia si consumò la notte del 28 settembre del 1965: durante la perforazione, a 2900 m di profondità, la trivella intaccò un secondo giacimento provocando un’improvvisa e incontrollata fuga di gas. L’esplosione fu terribile: si creò un cratere che raggiunse i 33 m, provocando il cedimento delle pareti del pozzo, mentre le fiamme avvolgevano la piattaforma che nel giro di ventiquattro ore si inabissò. Il gas continuò a bruciare per circa tre mesi finché l’AGIP riuscì a cementare il pozzo. Nell'incidente morirono tre persone.




Il relitto

Attualmente la parte alta della struttura si trova a circa 10 m di profondità, mentre quella inferiore poggia sul fondo del cratere a circa 33 m. Dal 1965 ad oggi lo scheletro della vecchia piattaforma si è trasformato in un vero e proprio reef artificiale che poco alla volta ha incominciato ad ospitare nuova vita. Oggi ci troviamo di fronte ad un piccolo ecosistema, popolato da una fauna varia e spesso insolita per i fondali dell’Adriatico: è infatti possibile trovare tutta una serie di esemplari di pesci normalmente caratteristici dei fondi rocciosi.

In superficie è possibile imbattersi nella coloratissima medusa Cassiopea, la più grande del Mediterraneo, che negli ultimi anni è diventata un’ospite fisso anche delle acque più vicine alla riva (tranquilli nonostante le dimensioni ha un bassissimo potere urticante).

La struttura è ricoperta da mitili e ostriche e frequentata da grandi banchi di pesce azzurro. Sono tuttavia presenti anche corvine, occhiate, spigole, scorfani neri, tutte specie poco comuni per i sabbiosi fondali di questo tratto di mare. Ad alcuni fortunati è capitato persino di imbattersi in qualche delfino giunto qui per un lauto banchetto, mentre tra le specie d'interesse conservazionistico più interessanti che frequentano il sito vi è anzitutto la testuggine di mare Caretta Caretta. Gli anfratti del relitto sono invece diventati la tana perfetta per granseole, astici, aragoste e i poco timorosi gronghi.

La sensazione è quella di essere stati trasportati altrove, di essere entrati in un piccolo mondo segreto da esplorare e scoprire, un dedalo di ferri e lamiere tra cui è esplosa una brulicante e colorata vita marina. Staccarsi e tornare in superficie è sicuramente il momento più difficile dell’immersione.


Una zona di tutela biologica

Il relitto Paguro non è soltanto un luogo incredibile, tanto per la sua insolita storia quanto per la biodiversità che oggi ospita. Il Paguro è anche un modello, un esempio virtuoso, una strada da seguire per lo smantellamento e la dismissione delle piattaforme offshore in un’ottica di eco-sostenibilità.

L’obiettivo di tutela e valorizzazione dell’area, attraverso il divieto di pesca sportiva e professionale, è stato raggiunto nel 1995 grazie agli sforzi di un gruppo di amici accomunati dalla passione per il mare. Questo stesso gruppo di appassionati nel 1996 fondò l’Associazione Paguro quale strumento di gestione della zona stessa, ottenendo dal 1997 il permesso da parte della Capitaneria di Porto di organizzare e regolamentare le visite subacquee dell’area, trasformando il relitto in una meta molto amata e frequentata dai sub italiani e non solo.

Tra il 1999 e il 2000 l’area si è ulteriormente estesa, per una superficie complessiva di 15000 mq, grazie al posizionamento di ulteriori strutture provenienti da piattaforme dismesse, rese idonee allo scopo, ad un centinaio di metri dal relitto, dando così vita ad una seconda zona di popolamento.

Ultima tappa di questa singolare vicenda è stata raggiunta nel 2011 con il conferimento all'area del Paguro del rango di “sito di importanza comunitaria” e conseguente registrazione nel programma Natura 2000 dell’Emilia Romagna.




Informazioni utili

Le immersioni sono organizzate previa autorizzazione dell’Associazione Paguro. Si tratta di immersioni abbastanza impegnative in quanto pur trovandosi in mare aperto la trasparenza delle acque è molto variabile con una visibilità che può passare da poche decine di centimetri fino a un massimo di 15/18 metri. È sempre presente una corrente Nord-Sud, che risente notevolmente delle escursioni di marea. Durante la bella stagione la temperatura superficiale è di 22 gradi, mentre oltre i 18 metri oscilla intorno ai 16 gradi.


Approfondimenti

Il sito dell'Associazione Paguro

Natura 2000 Emilia- Romagna

Creazione di Parchi Marini Subacquei in Adriatico


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Autore: Francesca Fagioli

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